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Tentazioni pericolose

Il “superamento cooperativo” dell’euro penalizzerebbe fortemente un’economia come quella ferrarese, fortemente integrata con l’euro e con la Germania in particolare

Qualche settimana fa Stefano Fassina, dando voce ad una parte non trascurabile della minoranza Pd, ha proposto sul Foglio “il superamento cooperativo” dell’euro. Pur non parlando esplicitamente di uscita dalla moneta comune, come fanno ogni giorno Lega o M5S, il risultato di questa proposta, all’atto pratico, non sembra poi differire molto, visto che nessuno, in Europa, nemmeno nell’ambito dell’area mediterranea, si mostra disposto a cooperare per una uscita indolore dalla moneta unica. Così, come scriveva Antonio Polito sulle colonne del Corriere della Sera alcuni giorni fa, “vent’anni di zelante europeismo, nuova ideologia di una sinistra che trasferiva a Bruxelles il sol dell’avvenire tramontato ad Est, vengono buttati a mare in un sol colpo”. Al posto dell’integrazione europea ecco affacciarsi dunque la proposta di una “disintegrazione ordinata” della moneta unica, cioè di una uscita concordata bilateralmente con gli altri Paesi e con la U.e., come possibile soluzione del nostro problema più drammatico, cioè il costo di un enorme debito pubblico. Detto che il populismo anti-europeista alligna (purtroppo) ormai ovunque, coinvolgendo in maniera trasversale larghi strati di popolazione senza distinzioni di censo, cultura ed ideologia, fa comunque impressione che la proposta in questione provenga dall’esponente autorevole di un partito saldamente e inconfutabilmente europeista come il Pd, che ha avuto in passato tra i suoi leader personalità del calibro di Prodi e di Napolitano.
Anche se non si può naturalmente disconoscere che, in nome dell’”austerità”, U.e. e Banca centrale europea hanno imposto negli ultimi anni politiche rigide, talvolta pure rovinose, che hanno precluso sul nascere ogni opportunità di “crescita” e di sviluppo. Né si intendono sottovalutare i rischi, sempre latenti, di un’Europa delle banche e dei potentati finanziari, piuttosto che dei cittadini; o delle prevaricazioni del Paese più forte, la Germania.

Ma questo – nonostante permangano ostacoli altissimi alla realizzazione di un mercato unico libero da nazionalismi e diffidenze – non può significare tout-court il ripudio (non era comunque questo il senso della proposta dell’esponente Pd), e nemmeno il drastico ridimensionamento di un disegno a fortissima valenza politica. Che avrebbe dovuto nel tempo consentire di superare storiche contrapposizioni – dalle quali sono scaturiti, fra l’altro, devastanti conflitti – usando quale leva principale quella dell’economia e dell’interesse comune.
Prescindendo comunque da più “alte” valutazioni di ordine etico e politico (in particolare l’obbligo del rispetto da parte nostra delle regole di convivenza in Europa, cosa che finora non si è certo verificata), e limitandoci al campo dell’economia, non si può dimenticare che le nostre imprese, certamente anche quelle ferraresi, sarebbero per ipotesi fortemente penalizzate non solo da una “disintegrazione ordinata” dell’euro, ma anche da un più parziale arretramento del progetto comunitario. La “svalutazione competitiva” della lira, che tanto aiutò un Paese come il nostro a forte vocazione esportativa prima dell’adesione all’euro, rappresenterebbe ora un rimedio improponibile: un’uscita dalla moneta unica determinerebbe non solo un immediato disallineamento degli spread con conseguente insostenibilità del nostro debito pubblico, ma anche un’inflazione elevatissima, dovuta soprattutto all’esplosione dei costi energetici delle materie prime e dei semi-lavorati. Comporterebbe ritorsioni commerciali da parte degli altri Paesi U.e., fuga incontrollabile di capitali, corsa agli sportelli bancari, speculazione alle stelle. Senza contare che, ancora in pieno credit crunch, sarebbe impossibile per le imprese dei Paesi più indebitati come il nostro ottenere finanziamenti per poter soddisfare gli ordini e sostenere l’aumento della produzione. La svalutazione, insomma, non riuscirebbe più, in questo “scenario” drammatico ed auspicabilmente solo “di scuola”, a rilanciare le esportazioni e il prodotto interno lordo.

Cose ben note, alle quali peraltro va aggiunta una ulteriore considerazione, invece molto più trascurata: favorite dalla loro diffusione territoriale e dalle esigenze di espansionismo commerciale, le imprese continuano a rappresentare, pur nella crisi attuale, uno dei principali comuni denominatori del mercato unico. Per usare le parole dell’ex presidente della Camera di Commercio di Ferrara Roncarati, “le imprese rappresentano un movimento che promuove e consolida scambi commerciali, professionali e persino culturali; che agisce con vigore e con un entusiasmo superiore a quello delle stesse Istituzioni, forte della capacità di esplorare nuove opportunità, di innovare i propri prodotti ed animato dallo spirito di intrapresa”. Particolarmente quelle di dimensione medio-piccola rappresentano un po’ la metafora dell’Europa che vorremmo, e che invece purtroppo non c’è: vicina al territorio e ai suoi interessi, ma capace di guardare al di là dei confini, senza paura e con una grande voglia di crescere. Adeguatamente sostenuta con strumenti finanziari, servizi e incentivi (cosa che certo non si può dire si stia verificando) la P.M.I. potrebbe valorizzare l’identità profonda e aperta di una economia diffusa. Un discorso particolarmente valido per l’Emilia-Romagna, che proprio grazie a questo tipo di impresa è tra le regioni più ricche del continente. Tra tanto disfattismo imperversante va infatti ricordato che il reddito medio pro-capite la colloca davanti alla Catalogna, all’area di Parigi ed anche ad alcuni celebrati Laender tedeschi. Ferrara, pur come sempre purtroppo un gradino abbondante sotto la media regionale, pur attanagliata da una doppia recessione che come ovunque ne ha negli ultimi sei anni ridimensionato capacità produttive e propensione agli investimenti, è comunque degna componente di quest’area.

Proviamo comunque a immaginare le conseguenze di un’uscita dall’euro in particolare per l’economia ferrarese, pur lasciando da parte le considerazioni relative alla sostenibilità del debito. Qualche dato, in tal senso, è sufficiente a far intendere il livello di integrazione/dipendenza dell’economia ferrarese rispetto ai mercati comunitari, ed in particolare rispetto alla Germania.
Pur in un contesto in cui il mercato interno ristagna pesantemente da molti anni, nel primo semestre del 2014, secondo i dati dell’Osservatorio dell’economia della Camera di Commercio di Ferrara le esportazioni della nostra provincia destinate ai mercati europei, che rappresentano il 56,9% del totale, sono aumentate (+4,7%) in misura superiore rispetto alle esportazioni nazionali aventi la stessa destinazione (+2,7%). Una tendenza positiva che poi è apparsa ancora più marcata per le vendite realizzate nei Paesi appartenenti all’area U.e. a 28, che hanno segnato una notevole accelerazione (+11,1%). Verso questa area si è indirizzato più della metà di tutte le esportazioni provinciali. E, tra i Paesi dell’Europa, si rileva ancora una volta una crescita molto importante per le nostre vendite in Germania (+20,2%), che rappresenta il tradizionale e privilegiato “cliente” delle imprese ferraresi. Ebbene, il mercato tedesco assorbe attualmente da solo il 32,5% delle esportazioni ferraresi in valore, una quota ben più consistente del 23,4% sia nazionale, che della regione Emilia-Romagna. Viceversa, il 25,2% delle nostre importazioni proviene dalla Germania, un punto percentuale in più rispetto alla media della regione. Non solo: quasi ogni impresa esportatrice della nostra provincia ha rapporti commerciali con la Germania, che oltretutto, per molte di loro, è la destinazione di gran lunga prevalente. Evidente che una “svalutazione guidata” della nostra moneta provocherebbe una radicale ristrutturazione (in senso negativo) dei nostri rapporti di interscambio con l’area euro. A fronte di un minor costo e di una (peraltro solo temporanea, prima che l’inflazione si rimangi il vantaggio) maggiore competitività dei nostri prodotti per i paesi acquirenti, le inevitabili ritorsioni commerciali (pur nel caso di una uscita concordata), l’impreparazione di gran parte dei nostri produttori ad assorbire i colpi di una svalutazione (non sono più gli anni ’80), e il costo decisamente più alto sostenuto per le nostre importazioni (che quasi bilanciano l’export) finirebbero per peggiorare notevolmente il saldo. Anche se l’euro non è un progetto economico ma politico – manifestamente incompleto, perché il “salto” verso una maggiore integrazione finora compiuto è stato davvero modesto – un suo ridimensionamento in nome delle sirene del populismo anti-europeo non sarebbe certo una passeggiata. La riconversione comporterebbe come detto enormi problemi, con gravi ripercussioni sulla vita quotidiana delle imprese (fortissime difficoltà di riposizionamento strategico sui mercati) e sui cittadini (vedi alla voce impoverimento).

Corrado Padovani

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